TERRITORIO E GLOBALIZZAZIONE:
IL CASO DEL TURISMO
Per le zone interne della Campania si profilano nel lungo periodo le maggiori possibilità di crescita per la buona conservazione delle risorse ambientali e del paesaggio
Aldo D’ELIA
Docente di Economia e Management del Turismo
Università Suor Orsola di Napoli
aldodelia@finturismo.it
Il processo di globalizzazione che interessa il sistema nazionale presenta per il territorio della Campania un andamento piuttosto “diseguale”. Se infatti alcune zone di eccellenza si trovano a pieno titolo tra quelle destinazioni “globali”, così definite in quanto inserite in contesti evoluti gestiti secondo criteri “world oriented” e che perciò denotano una forte propensione agli investimenti, altre (e sono la maggior parte) si trovano tuttora escluse dai vantaggi derivanti dalla globalizzazione dell’economia del turismo a causa di evidenti carenze sia di tipo infrastrutturale che in termini di management della destinazione.
Com’è stato osservato, i maggiori vantaggi di questo processo derivano infatti dalla possibilità di intercettare flussi di presenze provenienti essenzialmente dal mare (turismo croceristico di piccolo e grande cabotaggio) e dal cielo (turismo legato ai voli low cost). Le maggiori (e uniche) infrastrutture utili in tal senso sono concentrate nella città di Napoli e sono il polo croceristico del porto di Napoli e l’aeroporto internazionale di Capodichino. Esse, per ciò che concerne la disponibilità per questi due importanti segmenti di domanda, risultano peraltro già da tempo prossime alla saturazione.

In conseguenza di ciò, una distribuzione molto limitata nel tempo e nello spazio dei benefici derivanti dai grandi numeri messi in moto da questi due importanti tipologie di domanda contribuisce ad accrescere la concentrazione di presenze in aree che notoriamente risultano congestionate (soprattutto nei periodi di maggiore afflusso) con evidenti perdite di efficienza che riguardano le destinazioni nel loro insieme e, più in particolare, quelle che appartengono alle aree accessorie (sub regione cilentana in primis) penalizzate dalla perifericità rispetto all’unico baricentro significativo della macroarea nel cui spettro si sono registrati gli incrementi più significativi degli ultimi anni in termini di presenze. Per contro nelle altre aree accessorie e in quelle via via più periferiche come il Sannio e l’Irpinia, a fronte di considerevoli incentivi all’offerta immessi ancora una volta “keynesianamente” dall’attore pubblico, la crescita della domanda è rimasta sostanzialmente molto limitata o relegata a fenomeni marginali ed episodici. Nonostante ciò, per le zone interne della regione si profilano nel lungo periodo le maggiori possibilità di crescita per la buona conservazione delle risorse ambientali e del paesaggio. Una controindicazione ritenuta molto importante dalla socio antropologia del turismo di marca anglosassone consiste infatti negli effetti da un lato di “disneyzzazione” del paesaggio e dall’altro di “mcdonaldizzazione” del fattore umano che a determinati livelli di sviluppo genera il noto conflitto “host–guest” tra visitatori e residenti. É stato infatti provato come questo conflitto incida in maniera diretta sulla percezione dell’esperienza da parte dei fruitori e di rimando sul risultato finale delle attività in senso stretto. Si tratta in pratica di passare da un’economia di servizi a un’economia di esperienza senza compromettere gli equilibri fisici, antropologici e sociali dei territori sottoposti a uno sfruttamento turistico intensificato. Una sfida che in Campania è iniziata con pesanti ipoteche anche nelle zone vergini. |