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  Dicembre 2012

Articoli - n° 2 Marzo 2004
 



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LA SANITA' IN CAMPANIA
LA REGIONE NON SA DECIDERE

Auspicabile la creazione di un polo sanitario pubblico-privato di alto livello


di Ottavio Coriglioni
Presidente Gruppo Sanità - Assindustria Salerno
Vicepresidente del Raggruppamento Regionale della Sanità di Confindustria Campania
ocoriglioni@clinica-salus.it


Le Regioni hanno di recente trovato un accordo per la ripartizione del Fondo sanitario Nazionale per il 2004. Mentre da un lato questo sembra dimostrare che il federalismo cosiddetto solidale si fa strada nel nostro Paese, dall'altro lo stesso cade in un momento particolarmente delicato per la Sanità. La sottostima ormai cronica del Fondo si aggiunge ai costi dei contratti del personale. Da poco, infatti, si è concluso il nuovo contratto per i dipendenti pubblici e si profila il rinnovo per le convenzioni di medicina generale, specialistica e per la dirigenza. Per nessuna delle Regioni italiane sarà facile affrontare una simile realtà, se non a fronte di notevoli sacrifici. Ciò che per le altre Regioni d'Italia è difficile, per la Campania diventa impossibile. Nessun periodo storico è stato così buio per la Sanità Campana come quello che oggi stiamo attraversando. Ad una endemica difficoltà di indirizzo e coordinamento si aggiunge un'irrazionale lotta di potere tra il Governatore Bassolino e l'onorevole De Mita, e una incapacità a costruire dettata, forse, da reciproca sfiducia tra gli uffici dell'Assessorato regionale alla sanità e l'Assessorato stesso.
Dal luglio del 2003 ad oggi non vi è stato alcun atto regionale di reale programmazione. Tutti quelli realizzati sono stati impugnati innanzi alla Magistratura Amministrativa che, peraltro, si è mostrata anche piuttosto benevola. Vi è da chiedersi che cosa si nasconda dietro tanta approssimazione. Intendono cancellare l'impresa privata dalla Sanità accreditata? Basta dirlo. Certo, sarebbe ben strano che la Campania vada in controtendenza con il resto del Paese. In moltissime Regioni italiane, cito ad esempio l'Emilia Romagna e la Liguria, sono in corso di sperimentazione vari sistemi di compartecipazione alla gestione di ospedali e/o a parte di essi. In tutte le Regioni, il principio dell'assistenza garantita da strutture sia a capitale pubblico che privato è accettato e condiviso.
Ed è in questo contesto di assoluta confusione Regionale, che molte sono le associazioni di categoria che hanno manifestato, in modo più o meno imponente, il loro disagio, e che si discute del nuovo Piano Ospedaliero, il secondo. Bisogna preliminarmente tenere conto che quest'ultimo, partendo dall'esistente, intende fare non si sa cosa.
Osserviamo, infatti, che la situazione cognitiva delle strutture erogatrici di servizi sanitari non è, al momento, definita, in quanto il percorso individuato dalla D.G.R.C. n.7301/01 (rinnovo autorizzazioni) non solo non è stato completato, ma nemmeno avviato dalla maggior parte delle ASL. Non si conosce con esattezza la reale consistenza delle strutture sanitarie, sia pubbliche che private. Tutte le deduzioni riportate nel Piano sono, quindi, incomplete e rischiano di condurre a soluzioni errate. Molto grave il punto 4.3. A mio avviso, nel 2004 non è possibile garantire la sopravvivenza di strutture, con conseguente sperpero di denaro pubblico, prescindendo dalla reale efficienza e qualità, ma considerando solo la tipologia del territorio. Come se non bastasse per l'accreditamento delle strutture a capitale privato occorre, così come testualmente indicato, «che le stesse presuppongano l'utilizzo completo e funzionale delle strutture pubbliche». Insomma, oltre a gestire le nostre, dobbiamo anche rendere funzionali quelle pubbliche? É necessario che le associazioni di categoria compiano uno sforzo per far comprendere al cittadino che è con i suoi soldi che si giocano queste partite. Si deve avere coscienza che la spesa sanitaria è si fondamentale, ma ciò non autorizza lo sperpero di danaro pubblico realizzato in nome di una fantomatica efficienza. Questo è provato anche dalle scelte programmatiche per i ricoveri fuori regione; mentre ogni Regione afflitta da tale migrazione cerca di rafforzare la gamma delle prestazioni offerte (vedi ASL 3 di Genova), la Campania scrive che «sembra opportuno negoziare con le regioni limitrofe accordi basati sull'erogazione di alcune prestazioni per acuti a tariffe concordate». Siamo terra di conquista sanitaria. Anche su questo argomento, come su quello finanziario, categorie della sanità "pubblica" e "privata", dovrebbero, attraverso l'unità d'intenti, affermare principi condivisi, che, alla luce dei fatti, appaiono lesi. Dovremmo creare il presupposto per una forza con cui sostenere una risposta univoca. Non ritengo che nella nostra Regione vi sia una sanità di serie B rispetto al resto del Paese, sono, anzi, convinto che i centri di buon livello possano rappresentare un volano per tutti gli altri se, finalmente, l'interlocutore politico sarà in grado di dare regole certe. Ma l'interlocutore politico esiste? Qualcuno è in grado di riconoscerlo? Eppure sarebbe così affascinante creare nella nostra Regione un polo sanitario di alto livello, "pubblico" e "privato", finalizzato alla promozione di tutte quelle iniziative sanitarie e sociali di cui oggi si avverte assoluta carenza. Potremmo misurare le capacità di attrazione e, quindi, il livello delle prestazioni in base a risultati sanitari, unità di servizio, costi, distribuzione demografica degli utenti, accessibilità e qualità percepita, con l'obiettivo primario di garantire a tutta la popolazione insistente su quel territorio la disponibilità e la qualità dell'assistenza. Gli esempi di quanto accaduto nelle altre Regioni sono molto chiari. In Lombardia, grazie agli accordi pubblico privato, i tempi di attesa per un intervento di protesi d'anca sono passati da 480 giorni (del '97) in struttura pubblica, a 170 (nel 2003), e nel privato da 120 giorni a 50; in Emilia Romagna, per interventi di cardiochirurgia, dai 30 ai 10, in strutture private dai 20 agli 11. Se esaminiamo i principali indicatori della sanità campana rapportati a quelli nazionali ci accorgiamo che, fatti salvi pochi spostamenti, siamo in linea con gli indici nazionali. Unico dato che veramente si discosta è quello delle tariffe regionali, tra le più basse d'Italia; infatti, sui DRG di riferimento verifichiamo, comparandoli con le principali Regioni, che i nostri sono inferiori di circa il 18,6%. Questo è un altro motivo che dovrebbe vedere unite tutte le sigle della sanità pubblica e privata per migliorare l'assistenza.
Purtroppo, sul Mattino del 16 febbraio 2004 dobbiamo anche leggere della corsa alle promozioni; sarebbero stati nominati al Policlinico federiciano 196 primari oltre ad un esercito di dirigenti per gestire microdivisioni. Torniamo dunque alle risorse finanziarie che mancano. Il fondo regionale di cui parlavamo all'inizio sarà quest'anno di 14.000 miliardi del vecchio conio; una cifra mai raggiunta.
Ma è sufficiente? Certamente no. Viene, dunque, il sospetto che si voglia creare confusione nel mondo della sanità con il pretesto degli arretrati, dei buchi degli anni precedenti. Se fossero in condizione, come sono, di pagare il corrente, il problema sarebbe minimo, ma volutamente non si paga né l'uno né l'altro per poter gestire nella confusione.
Il settore privato diviene così un paragone scomodo, considerato tale non dai sanitari del pubblico, che sarebbero ben felici di misurarsi o addirittura collaborare, ma dai politici, che temono di perdere il potere del decido tutto io.

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