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  Dicembre 2012

Articoli - n° 2 Marzo 2004
 



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IL NUOVO PIANO REGOLATORE DI SALERNO
OPPORTUNITÀ IRRINUNCIABILE PER TUTTI

È necessaria una joint venture tra imprenditoria e amministrazione

di Antonio Lombardi
Presidente Associazione Costruttori Salernitani
info@costruttori.sa.it

Il piano regolatore rappresenta, sostanzialmente, la chiave di volta economica, oltre che urbanistica, di un territorio. Non può essere adottato senza profonde riflessioni sul suo disegno e sulla sua normativa. Nel caso di Salerno è necessario analizzare con meticolosità un dato, per noi importante: cosa accade all'indomani dell'adozione del piano.
Ed ecco i tre scenari possibili:
- Dal voto positivo in consiglio comunale si aprirebbe una procedura di approvazione, in sede regionale per la ratifica del documento urbanistico, che provocherebbe una "vacatio" di almeno tre anni fino alla definizione dell'iter. Questi sono i tempi necessari e congruenti con l'attuale normativa urbanistica.
- L'ingresso delle norme di salvaguardia, giustificabili quale concetto di preservazione di standard urbanistici adeguati, potrebbe trasformarsi in una sorta di paralisi complessiva delle dinamiche di sviluppo territoriali.
- A questi due elementi va aggiunto un terzo fattore: la perequazione. Sulla quale ci soffermeremo successivamente.
In ciascuna ipotesi si allungano i tempi operativi rispetto alle necessità di intervento sul territorio, rivelandosi addirittura un ostacolo insormontabile per quelle scelte urbanistiche ed economiche sancite dal Prg. In urbanistica, il quadro normativo nazionale si avvale di un contributo di legge risalente al 1942. L'unica innovazione è data dall'introduzione della oramai famosa legge Bucalossi, datata 1977. Aspettiamo dalla Regione Campania una nuova legge che detti tempi e regole certe ma soprattutto snelle, veloci, sburocratizzate e adeguate a un mercato in evoluzione con il quale il Prg deve comunque confrontarsi. Il piano deve essere uno strumento omnicomprensivo, di lunga durata, attraverso il quale vengono definite una volta per tutte le destinazioni e le regole che devono presiedere ai processi di trasformazione urbana, discusso e condiviso da tutti. La norma perequativa è elemento innovativo, ma non ha riflesso pratico. Non solo nella normativa regionale, ma neanche quale forma di sperimentazione in altre aree meridionali a noi paragonabili. Ci sono delle esperienze al nord: studiamole ed applichiamole su casi campione per verificarne l'efficacia prima di estendere questo principio a tutta la città. Si tratta, dunque, di contribuire alla definizione e all'utilizzo della norma perequativa, delimitarne gli ambiti, verificarne l'applicabilità e usarla quale elemento fondante di questo piano regolatore. La struttura stessa del nuovo strumento urbanistico è stata concepita come assemblaggio di una serie di elementi portanti, di ambiti tematici e livelli operativi, sinergici e volti a garantire flessibilità nell'assegnazione di competenze e responsabilità. Noi siamo favorevoli alle cosiddette "anticipazioni di progetto", perché temiamo che i tempi procedurali appena elencati possano diventare un ostacolo alla realizzazione infrastrutturale intesa come dotazione strategica per il territorio. Certe opere vanno iniziate ora, parallelamente alla discussione sul Prg, in modo da trovarle al punto di lancio con la definitiva approvazione del piano che consentirebbe di proseguire sulla stessa scia tracciata. L'alternativa è il fermo totale non solo dell'urbanistica cittadina, ma addirittura dell'intera economia territoriale. Con tale strumento si è dato seguito ad interventi quali la Lungoirno, il Polo informatico e tecnologico, la Cittadella Giudiziaria. Si potrà discutere sulla idoneità o sulla necessità politica di tali opere, ma senza queste varianti non si sarebbe prodotto nulla. E nulla si produrrà se il Prg dovesse bloccare ogni nuova procedura. L'aspetto che ci riguarda più da vicino è la forma di compartecipazione ai destini di questo piano regolatore. Per sostenere e costruire una competitività del ruolo della pianificazione urbanistica, il "piano strategico" di una città deve assumere un modello di programmazione aziendale, con un numero di obiettivi considerati strategici, realistici in quanto condivisi dalle forze produttive e sociali della città, raggiungibili in un certo numero di anni e di cui vengono messe a punto tutte le condizioni di fattibilità amministrativa, Finanziaria e tecnica. Consideriamo alcuni passi del documento urbanistico di Roma, che per certi versi è analogo, nello spirito attuativo, allo strumento adottato a Milano. Due realtà amministrative che hanno guida politica diversa. Ma che trovano un comune denominatore nella attuabilità di un piano regolatore. «Un complesso di politiche urbane molto finalizzato, la cui attuazione è demandata al controllo di organismi misti (comune-operatori) delegati ad introdurre anche tutti gli elementi di adeguamento necessari utilizzando quegli "spazi di flessibilità delle decisioni" tipico della conduzione aziendale - è precisato nella relazione introduttiva al Prg di Roma. Il piano strategico dunque non è un piano urbanistico: è un piano di strategia economica della città al cui interno le condizioni urbanistiche della città (infrastrutturazione, come aeroporti, stazioni, grandi collegamenti; offerta di suoli; grandi progetti, e così via) giocano un ruolo rilevante». Quindi, a Roma come a Milano, il valore di un progetto urbanistico strategico è «nella grande comunicazione che esso induce sul futuro della città, nel fatto che tale futuro sia condiviso e concordato fra soggetti pubblici e privati». È necessario, dunque, l'intervento degli imprenditori nelle dinamiche di sviluppo di un territorio e di un comune, attraverso un meccanismo di joint venture che garantisca la giusta attrazione dei capitali privati con una necessaria ricaduta pubblica. Questo passaggio "tecnico-politico", tratto dal documento romano, è secondo noi di notevole interesse. «L'amministrazione ha il compito di stimolare ed indirizzare lo sviluppo e le iniziative degli operatori privati e questo può avvenire attraverso molteplici azioni, oppure con nuove regole ed incentivi alla trasformazione minuta e alla riqualificazione diffusa che offrono alla struttura delle piccole e medie imprese un grande campo d'azione, oppure con nuove regole per la demolizione e ricostruzione che stimolino e facilitino la rilocalizzazione o la nuova localizzazione di una molteplicità di aziende o, ancora, attraverso un dimensionamento del piano basato sul criterio delle stanze equivalenti di cui una quota definita "flessibile". Tutto ciò può essere in gran parte definito da uno strumento come il nuovo piano urbanistico che giustifica una serie di grandi e piccoli progetti orientandoli ad una strategia condivisa». Siamo di fronte allo stesso criterio che Oriol Bohigas ha introdotto nel suo documento urbanistico. «Indipendentemente dal fatto che l'amministrazione debba continuare a promuovere progetti urbani settoriali - scrive Bohigas - ora si apre una nuova fase che dovrà vedere la partecipazione attiva delle varie componenti della comunità salernitana compresi i privati con la pluralità propria dei loro ruoli. Questo processo potrà avere inizio con operatori privati eventualmente interessati a partecipare al processo di sviluppo della città, che potranno presentare progetti urbani nelle aree nelle quali vogliono operare». Chiediamo alla politica, di poter consentire all'imprenditoria salernitana l'attivazione di questi meccanismi d'intervento. Questo, sino ad ora, non è avvenuto, o quantomeno non nelle forme che potevamo ipotizzare ed anche sperare. Ma è altrettanto vero che una nuova fase di discussione si è aperta proprio in questi giorni e noi siamo pronti a coglierla.

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