a cura della Redazione CostoZero
SVIMEZ: «L'economia del Sud ancora in PANNE»
Per il presidente Adriano Giannola è necessaria la fiscalità di vantaggio per superare la crisi e ridurre il gap con il resto del Paese
"Nord e Sud: insieme nella crisi, divergenti nella ripresa": questo il titolo del Rapporto 2011
sull'economia meridionale della Svimez, le cui anticipazioni sono state rese note alla stampa lo scorso 29 luglio a Roma (l'intero studio sarò invece presentato a Roma il prossimo 27 settembre). Già dalle prime cifre si ha la netta misura dell'attuale stato di salute dell'economia meridionale. Dall'analisi dei principali indicatori economici emerge infatti un quadro ancora a tinte scure per il Sud che, pur lasciandosi alle spalle la recessione più grave dal dopoguerra, non riesce ancora ad alzare la testa. Un Sud dove le famiglie hanno difficoltà a spendere, e il tasso di disoccupazione effettivo volerebbe al 25%, considerando chi il lavoro lo vuole ma non sa dove cercarlo.
PIL: LA CRESCITA ITALIANA È INFERIORE ALLA MEDIA UE. IL SUD VA ANCHE PEGGIO
In base alle valutazioni di preconsuntivo elaborate dalla Svimez, nel 2010 il Mezzogiorno ha segnato rispetto all'anno precedente un modesto +0,2%, ben lontano dal +1,7% del Centro‑Nord. Non va meglio nel medio periodo: dal 2001 al 2010 il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa, ‑0,3%, decisamente distante dal +3,5% del Centro‑Nord, a riprova dell'ormai resistente divario di sviluppo tra le due aree. In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno è passato dal 58,8% del valore del Centro Nord nel 2009 al 58,5% del 2010. La crisi, poi, ha picchiato forte in tutto il Paese: nel biennio 2008‑2009 la caduta del Pil è stata di oltre il 65% più elevata della media europea (‑6,3% al Sud e ‑6,6% al Centro‑Nord contro il ‑3,8% della media Ue). Ma se nell'affondo Nord
e Sud non segnano alcuna differenza, è nella ripresa che le due aree appaiono inesorabilmente distanti e divergenti. Infatti, nel 2010 il Pil pro capite nazionale in valori assoluti è stato di 25.583 euro, risultante dalla media tra i 29.869 euro del Centro‑Nord e i 17.466 del Mezzogiorno (vedi tabella 2).
Fonte: Rapporto SVIMEZ 2011 sull'economia del Mezzogiorno
PIL: AL SUD CRESCONO ABRUZZO, SARDEGNA E CALABRIA. NEGATIVA LA PERFORMANCE CAMPANA
L'area che nel 2010 ha trainato il Paese è stata il Nord‑Est (+2,1%), seguita da Centro (+1,5%) e Nord‑Ovest (+1,4%). A livello regionale, la forbice oscilla tra il boom del Veneto (+2,8%) e la flessione della Basilicata (‑1,3%). All'interno del Mezzogiorno, la crescita più alta spetta all'Abruzzo (+2,3%), che recupera in parte il calo del 2009 (‑5,8%) grazie alla ripresa dell'industria e alla buona performance dei servizi. Grazie alla crescita del terziario registrano segni positivi anche Sardegna (+1,3%) e la Calabria (+1%). Se la Sicilia è praticamente stazionaria (+0,1%), registrano segni negativi Puglia (‑0,2%), Molise e Campania (‑0,6%). Discorso a parte per la Basilicata, che registra il calo maggiore dell'attività produttiva a livello nazionale (‑1,3%), soprattutto per effetto del calo delle costruzioni (‑8,4%) e dei servizi (‑0,6%). Situazione non positiva anche se si guarda anche alla media annua 2000‑2010: Campania e Puglia, che avrebbero dovuto rappresentare il motore produttivo del Mezzogiorno continentale registrano segni negativi (rispettivamente ‑0,2 e ‑0,3%), come la Basilicata (‑0,7%). In valori assoluti, nel 2010 la regione più ricca è stata la Lombardia, con 32.222 euro, mentre quella più povera è la Campania, con 16.372 euro. Per quanto concerne i settori, l'agricoltura al Sud fa registrare positive performance con, nel 2010, una crescita del valore aggiunto doppia rispetto al CentroNord (+1,4% rispetto al +0,7%) nell'agricoltura, che spezza il ciclo negativo iniziato nel 2005. Riguardo all'industria in senso stretto, la crescita al Sud è del +2,3%, meno sostenuta che al Centro‑Nord (+5,3%). A tirare la ripresa della domanda estera soprattutto le industrie chimiche e petrolchimiche (+7,2%), i prodotti in metallo (+7,2%), i macchinari e i mezzi di trasporto (+3,6%). Purtroppo però tanto si perso: dal 2000 al 2010 il valore aggiunto manifatturiero ha perso al Sud il 20%, contro il già forte ‑14,2% del Centro‑Nord. In risalita anche i servizi, al Centro‑ Nord tre volte tanto rispetto al Sud (+1,2% contro +0,4%).
Fonte: Rapporto SVIMEZ 2011 sull'economia del Mezzogiorno
CONSUMI: FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ AL SUD
Quanto ai consumi, a livello nazionale crescono moderatamente nelle famiglie (+1%), mentre calano nella PA per effetto delle manovre correttive (‑0,6%). A livello disaggregato la performance nelle due aree è simile nella spesa della PA (‑0,5% al Sud, 0,6% al Centro‑Nord), ma non per quanto attiene alla spesa familiare che fa segnare nel 2010 un incremento di spesa nel Mezzogiorno pari solo a un terzo del Centro‑Nord (+0,4% contro +1,3%). Da segnalare che nell'ultimo decennio dal 2000 al 2010 la spesa delle famiglie al Nord è cresciuta dello 0,5%, mentre al Sud è scesa dello 0,1%.
INVESTIMENTI: IN RIPRESA, MA PESANO LE COSTRUZIONI
Nel 2010 la spesa per gli investimenti a livello nazionale fa registrare un +2,5%, mentre al Sud solo un modesto +0,9%. Pesano sulla bassa ripresa meridionale, gli investimenti nelle costruzioni, ‑4,8%, che dal 2008 al 2010 hanno segnato un calo addirittura del 16%, principalmente per effetto della crisi che ha colpito le aziende da un lato e per la contrazione degli investimenti pubblici dovuti ai tagli del FAS e alle manovre correttive. Occupazione: in tutte le regioni meridionali va a picco. Negli ultimi due anni il tasso di occupazione è sceso al Sud dal 46% del 2008 al 43,9% del 2010, al Centro‑Nord dal 65,7% al 64%. Su 533mila posti di lavoro in meno in tutto il Paese dal 2008 al 2010, ben 281mila sono stati nel Mezzogiorno. Con meno del 30% degli occupati italiani, al Sud si concentra dunque il 60% della perdita di posti di lavoro. Occupazione in calo in tutte le regioni meridionali, con l'eccezione della Sardegna. Particolarmente forte è il calo in Basilicata (dal 48,5 al 47,1%) e Molise (dal 52,3 al 51,1%). Valori drammaticamente bassi e in ulteriore riduzione si registrano in Campania, dove lavora meno del 40% della popolazione in età da lavoro, in Calabria (42,2%) e Sicilia (42,6%). Il tasso d'occupazione si riduce anche nelle regioni del Centro‑Nord con l'eccezione della Valle d'Aosta, del Friuli e del Trentino Alto Adige, che presenta il valore più alto con il 68,5%. Particolarmente intensa è la flessione in Emilia Romagna (‑2,8 punti percentuali, dal 70,2% al 67,4%) e in Toscana (dal 65,4 al 63,8%).
DISOCCUPAZIONE: 2 GIOVANI SU 3 SENZA LAVORO
Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione giovanile (15‑34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (il dato medio del 2009 era del 33,3%; per le donne nel 2010 non raggiunge che il 23,3%), segnando un divario di 25 punti con il Nord del Paese (56,5%). La questione generazionale italiana diventa quindi emergenza e allarme sociale nel Mezzogiorno. In più, tra il 2003 e il 2010 al Sud gli inattivi (né occupati, né disoccupati), sono aumentati di oltre 750mila unità. Un fenomeno da capogiro che vede un terzo dei diplomati di oltre il 30% dei laureati meridionali under 34 che non lavora e non studia. Sono infatti circa 167mila i laureati meridionali fuori dal sistema formativo e del mercato del lavoro, con situazioni particolarmente critiche in Basilicata e Calabria. Una perdita di valore davvero preoccupante. In più, nel 2010 il tasso di disoccupazione nel Sud è stato del 13,4% contro il 12% del 2008, più del doppio del CentroNord (6,4%, ma nel 2008 era il 4,5%). Se consideriamo tra i non occupati anche i lavoratori che usufruiscono della CIG e che cercano lavoro non attivamente (gli scoraggiati), il tasso di disoccupazione corretto salirebbe al 14,8% a livello nazionale dall'11,6% del 2008, con punte del 25,3% nel Mezzogiorno (quasi 12 punti in più del tasso ufficiale) e del 10,1% nel Centro‑Nord. Insomma, non c'è da rallegrarsi di certo e secondo il Presidente Adriano Giannola la manovra di recente varata dal Governo non fa altro che «penalizzare ulteriormente il Sud. I tagli delle spese e l'aumento delle entrate tese al pareggio di bilancio indeboliscono le famiglie e le loro capacità di consumo; lo squilibrio a sfavore del
Regioni 2010 (euro)
Sud aumenta perché tra i residenti i possessori di titoli di Stato si trovano soprattutto al Centro‑Nord». L'unico modo per la Svimez di limitare di danni è «una politica di sviluppo specifica per il Sud che punti sulla la fiscalità di vantaggio, su misure di sostegno ai redditi e sulla ripresa di una politica industriale attiva». Due, infatti, le ricette Svimez per evitare ulteriori danni per il Mezzogiorno. Da un lato, «vanno introdotti condizioni di vantaggio per gli investimenti soprattutto dove esistono potenzialità non utilizzate», cioè attraverso una fiscalità di vantaggio specifica per il Sud, una battaglia che andrebbe condotta senza paura in sede europea; dall'altro lato, «vanno sperimentate misure di sostegno ai redditi per evitare i rischi di tagli alle prestazioni sociali». Il fulcro del cambiamento deve essere «la ridefinizione di una politica di sviluppo», fatta di interventi di politica industriale attiva volti a modificare nei prossimi anni la specializzazione produttiva del Paese nei settori suscettibili di maggiore crescita». Spazio quindi a "una concentrazione degli interventi su infrastrutture sovra regionali, energia, logistica, capitale umano e innovazione". L'obiettivo è di vedere il Sud tornare finalmente a crescere, ma non disgiunto dal Paese ma insieme ad esso, abbandonando una volta per tutte «la sua tradizionale condizione di dipendenza». |